martedì 21 febbraio 2017

Nuotando verso Dio

riporto questo articolo di Giovanni D'Alessandro apparso tempo fa su "Avvenire", il quotidiano cattolico.
Questa di San Giovanni è la pagina di Vangelo che più mi emoziona; mi ritrovo tanto in Pietro che riconosciuto Gesù sulla riva, si riveste, si tuffa dalla barca e si mette a nuotare.

Nel misterioso finale del Vangelo di Giovanni, Gesù interroga tre volte Pietro chiedendogli "Simone figlio di Giovanni, mi ami tu?". Fino a quando si legge - Simone, addolorato, protesta il suo amore, da cui consegue per lui il mandato divino: pasci le mie pecore. Prima, nella pesca miracolosa, si è tuffato dalla barca e ha nuotato verso un Dio che - nel polimorfismo assunto dal Cristo dopo la resurrezione - non ha riconosciuto a riva. E qui entra una parte di straordinario lirismo, legata al corpo di Pietro. Poiché è nudo sulla barca, si tuffa in acqua, ma non vuole presentarsi così, indegnamente, al Dio riconosciuto, per cui "si lega la tunica attorno ai fianchi". La pudicizia della creatura colpisce il Creatore che, dopo le tre domande, gli profetizza: "Quand'eri più giovane, ti mettevi da solo la cintura e andavi dove volevi: ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, tu stenderai le braccia e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi". Gesù, spiega l'evangelista, parla così per fare capire come Pietro sarebbe morto. Crocifisso. Secondo la tradizione, a capo all'ingiù. Ma perché stenderà le braccia, prima della morte? Ecco la domanda. Perché è vecchio, o debilitato dalla prigionia e non ha più le forze? O perché ha le mani legate, da quei vincoli finali che l'angelo non scioglierà? Nessuno lo saprà mai.
Ma comunque Pietro è il santo della corporeità. Un santo nuotatore. Un santo nudo. Un santo che tende le mani e si cinge la veste. Un santo-iperbole del corpo in transito verso il divino.


Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare.

lunedì 20 febbraio 2017

A QUEL SUPREMO SFORZO CHE E' CORRERE UNA MARATONA (seconda parte)

     Alle mie spalle, ancora fuori sul percorso, altri corridori si stavano ritirando, e quando io alla fine svenni, fu passata parola a Joe McGhee che ero fuori dalla corsa, che ufficialmente ero stato squalificato. Ciò deve averlo rincuorato molto - raccolse le sue energie, e nonostante fosse anch'egli sfinito, proseguì coraggiosamente verso lo stadio.
     Finalmente arrivai alla linea da molti ritenuta di arrivo - e lì Mick Mayes, massaggiatore ufficiale della squadra britannica venne sulla pista e mi afferrò quand'ero sul punto di cadere ancora.
     Ci furono inevitabili polemiche per quello che aveva fatto Mick Mayes; alcuni dissero che nel venire verso di me sulla pista era convinto che io avessi attraversato la linea d'arrivo, altri dissero che fui portato via perché nessuno voleva vedermi soffrire di più.

     Ora Mick e io siamo grandi amici, e sono sicuro che lo saremo sempre; da parte mia ammetto che egli possa avermi portato fuori per evitare il peggio, ma onestamente ritengo che quando lo fece pensava che avessi vinto.
     Fui trasportato al centro del campo, messo su una barella e portato nello spogliatoio dove ricevetti prontamente le cure di un dottore e di una infermiera. Nello spogliatoio ripresi coscienza per alcuni attimi. Un'infermiera era china su di me, "Ho vinto?" le chiesi con ansia. Mi sorrise. "Sei andato molto bene" ella disse... .
                                                     Jim Peters (Inghilterra) 7/8/1954 a Vancouver
                                                      Maratona dei British Commonwealth Games. La sua ultima gara

domenica 19 febbraio 2017

A QUEL SUPREMO SFORZO CHE E' CORRERE UNA MARATONA INTESO SOLTANTO DA CHI L'HA FATTA

     "Avanzavo a fatica lungo la pista, e cadevo, nel vano sforzo di raggiungere il nastro che potevo vedere davanti ai miei occhi. Intorno a me accadevano cose che avrei saputo solo molto più tardi.
     Pensavo di essere caduto tre volte, ma veramente erano state molto di più - almeno una dozzina - e per percorrere quei pochi metri mi ci vollero circa dieci minuti, lo stesso tempo in cui avrei normalmente percorso pressappoco due miglia.
     Molti tra la folla gridavano ai giudici di impedirmi di procedere oltre, ma io credo che in fondo ai loro pensieri ci fosse il famoso incidente di Dorando e che essi non volessero effettivamente fermarmi, ritenendo che avessi ancora una possibilità di coprire la distanza.
     Sbagliando completamente, buona parte della folla come anche di quelli al centro del campo, ritenevano che la linea già usata per l'arrivo delle altre corse di fondo svoltesi in pista fosse anche l'arrivo della maratona, ed ogni volta che io mi rimettevo in piedi e barcollavo, mi portavo sempre più vicino a quella linea.
     John Savidge e molti dei miei compagni di squadra, pestando i piedi a terra mi incitavano ad alzarmi e a procedere - e mentre barcollavo lungo la pista, loro procedevano al mio fianco, passo passo, sul prato. (fine prima parte).

martedì 14 febbraio 2017

14 febbraio

per i ragazzi che non l'hanno conosciuto


Post Scriptum: "Gli angeli" di Vasco Rossi era la sua canzone preferita

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