domenica 19 febbraio 2017

A QUEL SUPREMO SFORZO CHE E' CORRERE UNA MARATONA INTESO SOLTANTO DA CHI L'HA FATTA

     "Avanzavo a fatica lungo la pista, e cadevo, nel vano sforzo di raggiungere il nastro che potevo vedere davanti ai miei occhi. Intorno a me accadevano cose che avrei saputo solo molto più tardi.
     Pensavo di essere caduto tre volte, ma veramente erano state molto di più - almeno una dozzina - e per percorrere quei pochi metri mi ci vollero circa dieci minuti, lo stesso tempo in cui avrei normalmente percorso pressappoco due miglia.
     Molti tra la folla gridavano ai giudici di impedirmi di procedere oltre, ma io credo che in fondo ai loro pensieri ci fosse il famoso incidente di Dorando e che essi non volessero effettivamente fermarmi, ritenendo che avessi ancora una possibilità di coprire la distanza.
     Sbagliando completamente, buona parte della folla come anche di quelli al centro del campo, ritenevano che la linea già usata per l'arrivo delle altre corse di fondo svoltesi in pista fosse anche l'arrivo della maratona, ed ogni volta che io mi rimettevo in piedi e barcollavo, mi portavo sempre più vicino a quella linea.
     John Savidge e molti dei miei compagni di squadra, pestando i piedi a terra mi incitavano ad alzarmi e a procedere - e mentre barcollavo lungo la pista, loro procedevano al mio fianco, passo passo, sul prato. (fine prima parte).

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